In porto a Trapani


Vita di guerra - II

Pochi giorni dopo mi trovavo al distaccamento per equipaggiarsi un po’ di viveri da portare a bordo, quando udimmo la contraerea sparare (perchè le sirene di allarme già non esistevano più !); tanti marinai si sono rifugiati in un grosso bunker; questo ambiente era talmente stipato che io e i miei due compagni abbiamo preferito un piccolo triangolo di cemento armato. La mia fortuna quel giorno fu veramente grande perché sul bunker cadde un gruppo di bombe legate a catena (come soleva dirsi), mentre sul nostro cadde una sola bomba che egualmente ci rovesciò il grosso blocco di cemento armato; abbiamo di fatti sbattuto la testa contro il cemento interno, ma nessuno di noi fu portato da lesioni evidenti.
Nel nostro porto era stata colpita una nave piccola carica di petrolio che così faceva da faro, perché bruciava in continuazione per quindici giorni, e non affondava mai. Nel frattempo era arrivato un gruppo tedesco antiaereo che hanno piazzato a trenta metri da dove noi eravamo piazzati in porto. Beh, vi devo assicurare che questi tre camion non hanno fatto in tempo a sparare un colpo, perché il giorno dopo un altro bombardamento li ha distrutti. Anche questa volta la grande fortuna, o San Cirillo, mi ha salvato.
Ma di questo caso voglio chiarire anche il perché. Proprio sul fronte sud del nostro porto esisteva una salina, dove io spesse volte all’alba entravo ed infilzavo le povere sogliole ancora dormienti appoggiate sul piccolo fondale. L’istinto di tutti noi portuali era di scappare al largo lungo i vialetti rialzati di queste saline, allontanandosi un po’ dal porto dove il “faro” della nave bruciante dava il segnale di bersaglio.
Ma il caso volle che l’anziano nostro tenente, “richiamato”, cadde dalla passerella in mare.
Io già stavo scappando, ma ho visto l’accaduto e sono tornato per aiutarlo. Ad operazione finita, gli aerei già rombavano sopra di noi, ma proprio appena giù dalla nostra banchina esisteva un piccolo rifugio profondo qualche metro, con sopra delle travi e ricoperto da qualche metro di terriccio. Già sentivo le esplosioni e trascinai questo povero ufficiale bagnato in questo alquanto precario buco. Noi ci sdraiammo per terra, le bombe distrussero la nuovissima postazione antiaerea tedesca, lo spostamento d’aria ci ha portato in fondo al sotterraneo, l’aria era bruciata e mi ricordo di aver messo un fazzoletto bagnato alla bocca per respirare.
Proprio davanti al nostro ingresso un maresciallo non ha fatto in tempo ad entrare. Si era buttato per terra ma una scheggia gli ha fatto saltare il cervello.
Pochi giorni dopo, altro allarme e tutti scappammo nelle saline. Volle il caso e forse per errore, alcune bombe sono cadute sui campi di saline; molti, per non bagnarsi, si sdraiavano sui bordi. Io, forse più degli altri, ho intuito il pericolo e mi sono buttato all’interno della conduttura dell’acqua; mi sono impantanato, ma indenne. Quella volta i morti e feriti furono molti, mi ricordo che per recuperare un poveraccio che gridava, l’abbiamo preso in due con un telo fungente da barella; era tutto rotto e, dalle grida strazianti, l’abbiamo poggiato ancora per terra. Non ricordo poi chi lo ha portato via.

Gino Candiani

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