LA STORIA DEL PAN TRAMVAI



UL "PAN TRAMVAI" panettone dei poveri


Nel secolo scorso il panettone faceva la sua apparizione solamente a Natale e sul desco di un limitato numero di benestanti, se non vogliamo dire ricchi.
Il panettone a Busto non veniva venduto, ma distribuito come "dafesta" dai fornai di "bianco" ai loro abituali clienti, consumatori di pane di frumento. Il panettone veniva fabbricato dagli stessi fornai sotto la sorveglianza di qualche operaio specializzato. Farina tre zeri, burro fresco, uova, zibibbo, cedro. I clienti ricevevano un panettone grosso, mezzano o piccolo in ragione del quantitativo di pane prelevato durante l'anno. Qualche pezzo di panettone, ben accartocciato veniva messo da parte per San Biagio, giorno della benedizione della gola.
Nelle famiglie povere il panettone a Natale veniva sostituito con il " pan tramvai ", per il quale i bambini andavano matti. Il vero " pan tramvai " era fatto con fior di farina di frumento, impastato con zibibbo di prima scelta; formato bastone della lunghezza di due spanne, della larghezza di una e dell'altezza di tre quarti. Il segreto della bontà era quello di essere ben cotto, croccante ed elastico a larga spugna, quale mangiano gli angioli in paradiso.
Gli eventi di due guerre hanno fatto scomparire, per via dei tesseramenti, il " pan tramvai " per lunghi anni. Da qualche temmpo lo si vede ancora in alcune vetrine di rivendita sotto la denominazione di " pane con l'uva "; ma tra questo ed il " pan tramvai " corre la differenza che sta tra un pappagallo e un fagiano dorato. A proposito, corre la mania di alterare i nomi originali dialettali nella stupida illusione di italianizzarli, con il risultato di renderli grotteschi.
I famosi, insuperabili, inimitabili e intraducibili nostri " brusciti " si vedono esposti dai macellai nelle vetrine sotto denominazioni di questo genere: trattata, macinata e persino " bruscini ", che in italiano non significano proprio niente. Ahimè, Carlo Azimonti autore di un famoso libro sulla cucina bustocca, con un capitolo speciale dedicato ai " brusciti ", ri rivolterebbe nella tomba. I " brusciti " non hanno nulla a che vedere col " ragù " di provenienza delle regioni emiliane.
Per l'amor del buon gusto, lasciamo che almeno la cucina conservi le sue peculiari caratteristiche locali, poichè dalla cucina si esprime il carattere della gente. E lasciamo stare di italianizzare, altrimenti arriveremo a questo estremo di buffoneria e di insulsaggine, di chiamare minestrone le " trenette col pesto ", formaggio strapazzato la " mozzarella in carrozza ", carciofi israeliti i " carciofi alla giudia " e, peggio che peggio, pidocchi i prelibatissimi" peoci "!
La faccenda del mangiare è complicatissima ad incominciare dal pane. Che sembra il più semplice, in quanto fatto con solo farina, pane ed acqua. Ma le farine non sono tutte uguali, le acque differiscono da luogo a luogo e poi c'è quell'imponderabile che deriva dal coefficiente aria. E ciò indipendentemente dal modo di lavorazione e dal dato di cottura. Il " pane misto " è un segreto di Busto, così come il " pane di Como " è un segreto di quella città. Dal grosso pane di pasta dura dell'Emilia, che basta una micca per profumarti una intera contrada, ai sottili e delicati grissini torinesi, corre tutta una gamma di ottimo sapore e buon gusto. E l'un l'altro sono differenti e l'un l'altro sono inimitabili. Così il " pan tramvai ".

Per sapere come mai il pane con il zibibbo prese il nome di" pan tramvai " bisogna andare indietro nel tempo, allorchè fece la sua apparizione il tram a vapore. La sua velocità era condizionata dalla concessione della Provincia di Milano nel limite massimo di 15 Km.all'ora per evitare lo spavento degli animali, quando viaggiava in sede propria lontano dall'abitato ed a passo d'uomo, annunciato da un trombettiere quando attraversava i centri abitati.
A Busto il tramvai veniva prelevato dal " trombettiere " a metà di Strà Balon ed accompagnato fino alla Madonna da Prà quando il tram veviva da Milano ed in senso inverso quando veviva da Gallarate. Con questa velocità il tramvai, che partiva alle 5 da piazza Garibaldi, arrivava intorno alle 10 a Milano a Porta Tenaglia. Solitamente bambini e donne, dopo qualche ora di viaggio, avvertivano gli stimoli dell'appetito. Il pane con il zibibbo serviva a lenire gli stimoli ed era pane e pietanza. Era il pane che veniva comperato allorchè la gente andava a Milano utlizzando il tramvai. Invece per Gallarate o Legnano, la cui distanza era pur breve, c'era da scegliere, data la scarsità di denaro, tra il prendere il tramvai a stomaco vuoto o andare a piedi con un pezzo di pane di zibibbo da " sgagnare " un boccone alla volta. Questo pane suppliva al tramvai da cui resta chiarita l'origine del " pan tramvai ".
Ancor oggi, chi vuol servirsi del cavallo di San Francesco viene etichettato con lo spregiativo di " tramvai a pè ". Pure i pigri, i trepidi ed i posapiano.

Giorgio Giacomelli.

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