Viticoltura a Busto Arsizio



Il vino bustocco


Un tempo Busto era tutta una vigna. I Milanesi, verso la fine di settembre, venivano qui a frotte a far vendemmia e se ne trovavano con cesti di uva bianca moscata e di uva nera bonarda che facevano invidia tutti quelli che incontravano lungo il viaggio, fatto generalmente sul vecchio tram a vapore, “ul gamba da lègn”.
Ancora sul finire dell’800, a Busto c’era tanta uva d’ogni tipo: dalla moscatella alla russa, dalla dolcissima nostrana alla barbera nerissima, dalla biciulàna con gli acini grossi come prugne alla verdastra per il vino bianco secco. L’americana ed il clinton avevano fatto da poco tempo la loro apparizione e servivano come uve da taglio o da colorazione.
Il 20 settembre di ogni anno iniziava la vendemmia che durava qualche settimana. Per i ragazzi era una gran festa poiché venivano mobilitati in massa dai contadini per raccogliere l’uva. Come ricompensa per le loro prestazioni potevano mangiarne a sazietà. Alla fine, ottenevano in dono “ul ròsciu” (tralcio carico di grappoli), il quale rimaneva appeso in cucina fino a Natale, giorno prescritto per la sua consumazione. Spesso però accadeva che l’uva sparisse prima e che rimanessero solo delle foglie secche.
Dopo la raccolta dell’uva avveniva la pigiatura. Anche in questa occasione i ragazzi trovavano il modo di fare festa: entravano nella “navàscia” a gambe nude e poco per volta il loro viso prendeva il colore del mosto.
Le vigne ed i vini di Busto erano tanto rinomati che Carlo Porta, nel suo brindisi per le nozze dell’Imperatore Napoleone con Maria Teresa d’Austria, fa dire a Meneghino:
Che granada, varda varda
sent che odor
che bel color
Viva Büst
e i so vidòr !

Quest chi l’é el ver bombas
che consola che da gust,
alla bucca, ai eucc, al nas,
chè piasé
glo glo glo.
Ma anche Ugo Foscolo in una novella sopra un caso avvenuto a Milano ad una festa da ballo, nel 1814, scrive:
Accorrete, che annego,
parenti cavalieri
salvatemi vi prego
per le polpette che mangiaste jeri:
salvatemi se il cielo
vi ajuti a tracannar trecento fiaschi
di vin di Busto e a digerire un bue.

Ancor più lontano nei tempi si trovano tracce sicure sulla coltivazione della vite a Busto.
Alcuni dati relativi al 1569 ci dicono che il territorio della città comprendeva 23.084 pertiche di cui 4.250 “vitate” (quasi il 20 % !)

L’abbandono della coltura delle vite è stato causato dalla concomitanza fra la malattia della filossera, che colpì tutti i vigneti europei, con lo sviluppo industriale della città: la manodopera abbandonava i campi in favore delle officine e nessuno si dedicò alla coltura della vite coi nuovi supporti Americani cui innestare le vecchie viti Europee. Il lavoro e l’investimento necessario erano notevoli e – essendo la campagna rimasta nelle mani di vecchi e fanciulli - nessuno vi si dedico’, con ciò decretando la fine della viticoltura.

Tratto da: Scampoli di Storia Bustocca



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