Sono passati quindici anni dal giorno in cui don Isidoro Meschi, chiamato affettuosamente da molti don Lolo, ha terminato la sua vita terrena, ma il suo ricordo e i suoi insegnamenti non sono venuti meno, continuano a vivere nel cuore di coloro che l'hanno conosciuto e attraverso le opere da lui stesso fondate e portate poi avanti da altri.
"Don Isidoro è un uomo che ha sempre creduto e amato le cose in cui si impegnava e che si è sempre impegnato nelle cose in cui credeva e che amava", ricorda monsignor Claudio Livetti. "La sua è stata una vita seriamente dedita al ministero sacerdotale che ha svolto mettendosi al servizio di tutti: bambini, ragazzi, colleghi di lavoro, poveri, anziani, tossicodipendenti. Nel momento in cui si svelava il problema della droga lui ha profeticamente operato fondando la comunità Marco Riva che grazie a Dio sta andando avanti". Monsignore definisce don Lolo un "profeta" del nostro tempo, che ha lasciato un messaggio importante valido tutt'oggi: quello di "non lasciarsi vivere, come fa tanta gente che si lascia scorrere le cose addosso senza viverle pienamente, ma di amare le cose in cui ci si impegna" e allo stesso tempo di "impegnarsi nelle cose che si amano", conclude Livetti.
Il suo amore per Dio e per le persone, soprattutto per i più bisognosi, gli emarginati e i disagiati, si è tradotto in varie azioni concrete attraverso le tante sfaccettature della sua figura di sacerdote, insegnante, educatore, giornalista. Nel 1980 insieme a un gruppo di amici don Isidoro ha rimesso in sesto una vecchia cascina ed è poi partito il progetto educativo da lui stesso ideato, che continua ancora oggi. "Don Isidoro ha lasciato all'opera della comunità un insegnamento tale per cui abbiamo deciso di impegnarci nel portare avanti questa iniziativa - racconta il presidente della Marco Riva Antonio Marchesi - all'inizio con qualche difficoltà ma con la convinzione di andare avanti. La sua figura di prete e di uomo è stata caratterizzata da un'agire aperto nei confronti dei più deboli, ci ha insegnato il rispetto della dignità della persona. Qualsiasi persona, anche la più "disgraziata", ha una dignità che va rispettata, non ci deve essere distinzione: quando c'è un'esigenza da parte di qualcuno agiamo per aiutarlo.
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Don Isidoro ci ha fatto capire con l'esempio che non bisogna allontanare da sé i poveri e i disagiati ma bisogna aiutarli. Il tossico non è un diverso, è una persona normale". Marchesi spiega anche come si possono aiutare le persone: "con la sensibilità, il calore umano, la vicinanza e se è possibile anche con un aiuto economico, accompagnando la persona a un recupero graduale, facendole capire che con il tempo la situazione può essere migliorata". Un altro aspetto che lo caratterizzava era una "sobrietà di vita, lui era contro il consumismo, utilizzava tutto al meglio. Tutti devono avere il necessario per vivere ma non il superfluo: noi abbiamo imparato la lezione e cerchiamo di insegnarla ai ragazzi".
Al liceo classico dove è stato docente per diversi anni "non si è mai risparmiato per i suoi ideali di prete e di insegnate, era una figura limpida, cristallina, di grande rigore morale", ricorda la preside Eugenia Bolis. "Con la sua rigorosità nella proposta ai giovani trasmetteva serenità e gioia di vivere. Pensare a lui in questo periodo difficile è confortante per tutto il mondo della scuola, ci aiuta nel nostro lavoro con i giovani", conclude.
Chiunque l'abbia conosciuto dice di lui che era un "prete con un intuito e un'intelligenza sopra il normale, non aveva bisogno di fare domande e a volte nemmeno di avere risposte, capiva le persone semplicemente guardandole negli occhi", racconta Paola Ceccuzzi, sua parrocchiana e mamma di una sua allieva. "Era un confessore che leggeva nell'anima con precisione - precisa il marito Bruno - e un predicatore che diceva cose dolcissime con grande rigore in un modo che faceva sì che ognuno pensava che le avesse dette proprio per sè, parlava la lingua di tutte le anime". Al liceo è stato un "grande insegnante, i ragazzi lo adoravano. Era molto colto, ha insegnato loro la sua materia, ma anche la filosofia e soprattutto a vivere. Condivideva sempre con tutti gioie e dolori", racconta Paola Ceccuzzi. "Il messaggio più importante che ci ha lasciato - concludono i coniugi - è quello di avere comprensione per gli altri, amore e carità per il prossimo. La carità in lui andava di pari passo con un rigore morale e spirituale inconfondibile e con una grande gioia di vivere".
Brigida Rangone
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