LA CASCINA DEI POVERI




"A Cassina di Poi " Ai tempi indietro, Busto era un grappolo (un r÷sciu) di case attorno a tre Chiese: San Giovanni, Santa Maria e San Michele. Tre spanne pi¨ in lÓ c'era la campagna e per trovare una cascina occorreva camminare mezzo miglio (circa 700 metri) e una cascina era distante dall'altra circa un miglio. Quelli che stavano di casa nel circondario delle Chiese "gha disean bŘst˛chi" (li chiamavano bustocchi), quelli invece che abitavano nelle cascine isolate "gha disean cassinati". Col tempo, Busto si e' allargato con grande premura e in questi ultimi trent'anni Ŕ corso ad abbracciare tutte le cascine, diventando una cosa sola "cunt i cÓ d'una parti e da chel ˛ltra, teme vessi a Milan" (con le case da una parte e dall'altra, come a Milano).
La Cascina ha pure la sua Chiesetta, la cui origine Ŕ molto antica. " La prima pietra fu posta il 4 agosto 1665. Il sacro edificio fu compiuto nel 1668 e benedetto dal preposto Francesco Bossi. Nel 1684 si costrui' la sacrestia ed il cimitero ora distrutto. Da quanto precede risulta che la Chiesetta ebbe posta la prima pietra nientemeno che tre secoli fa, quando la " Cassina Vergara " detta anche Verghera (divenuta poi Cascina dei Poveri) giÓ esisteva da alcuni secoli e nella quale come e ormai di sicura certezza nacque nel 1427 la celebre concittadina Beata Giuliana ".
Nascosta nel verde, la Chiesetta per tanti decenni era stata una "sentinella" accanto a delle povere case. Dal 1967 Ŕ chiusa al culto perche' dichiarata pericolante ed inospitale.
Nel maggio 1970 ha subito ripetuti furti e successivamente Ŕ fatta segno di gravi atti vandalici perpetrati da anonimi, a maggior gloria di Dio!
Come il biblico granello di senape, la Cascina fu la casa madre della numerosa famiglia dei "Gallazzi", cognome diffusissimo in cittÓ. Questa notizia Ŕ confermata anche dal fatterello accaduto "al principio del secolo a Pierino Comotti, dirigente tessile di grande valore che, volendo provare l'emozione di salire nel cielo con un aerostato, discese in un campo (ora sede della Pepsi Cola) vicino alla Cascina dei Poveri. A coloro che erano accorsi per aiutarlo a disincagliarsi chiese come si chiamavano. Risposero con un urlo: " Sem tutt Gal˛zi " (siamo tutti Gallazzi)!
Attorno alla Cascina, la campagna si presentava come paradiso terrestre in miniatura "spezzettata in mille lotti, ognuno dei quali Ŕ circondato da piante di robinia, di castagno, ed altre piante che sventolano qua e lÓ nel mezzo a rallegrarla di verde. Il caldo dell'estate, poi, diffondeva l'odore misto di granoturco, di trifoglio nostrano, di erba medica, di saggina, d I ravizzone, di foglie di gelso, di uva americana, di clinton, di pesche, di pomodori, di cetrioli e di altri prodotti ".
L'antica Cascina Ŕ, ora, un rudere con le pareti sbrecciate o lesionate, col tetto sfondato, ma sta a testimoniare che una volta, lý, c'era un centro di vita di una comunitÓ, per quanto modeste fossero le sue dimensioni. Un senso di mestizia traspare dai versi d'una poesia bustocca del prof. Luigi Caldiroli addolorato per il suo triste tramonto:

a Cassina di Poi a la tÓsi
a la piÓngi a s˛ s˛rti segnÓa
a la piÓngi un tram˛ntu da pÓsi

Alla benedizione natalizia delle case (dicembre 1957) le famiglie in Cascina erano circa venti, che poi, a poco a poco, l'hanno abbandonata preferendo un'abitazione pi¨ decorosa e moderna.
E quando il piccone demolitore annullerÓ tutto quanto vi era intorno alla Cascina, a molti " Gallazzi" si inumidiranno gli occhi sentendosi strappare dal cuore i pi¨ bei ricordi della loro infanzia.

(Dal volantino della Giobia 2006 del Club "Ul cuarantacenchi")

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